Riqualificazione

PRINCIPIO DI ASSORBIBILITA’

 

Cassazione civ., Sez. lav.,7.2.2013, n. 2937

In tema di determinazione del trattamento retributivo spettante al lavoratore subordinato, è stato più volte condivisibilmente affermato da questa Corte (…) che, una volta che sia accertato in giudizio l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato in contrasto con la qualificazione del rapporto come autonomo operata dalle parti, ai fini della determinazione del trattamento economico dovuto si deve considerare nel suo complesso quanto in concreto sia stato già corrisposto al lavoratore e porlo a raffronto con il trattamento minimo dipendente dalla corretta qualificazione del rapporto, con la conseguenza che, ove quest’ultimo sia stato già integralmente corrisposto , non possono essere liquidate mensilità aggiuntive commisurate ai compensi periodicamente erogati.

 

Cassazione civ., Sez. lav., 19.11.2007, n. 23911

Nel caso in cui il rapporto nasca come formalmente autonomo e venga poi dichiarato subordinato a seguito dell’accertamento giudiziale, per valutare la congruità e proporzionalità, in tutte le sue componenti, della retribuzione in relazione alla prestazione lavorativa, va tenuto conto di tutto quanto il lavoratore subordinato, formalmente autonomo, ha convenuto e percepito, atteso che l’iniziale formale configurazione autonoma del rapporto stabilita dalle parti può ragionevolmente far ritenere che i compensi, come in tutti i rapporti autonomi, siano stati concepiti con carattere di omnicomprensività, non sussistendo in tal caso nessuna presunzione sul carattere retributivo base del compenso pattuito e salvezza di altre voci (tredicesima, TFR, ecc.) proprie del lavoro subordinato.

 

PATTO DI CONGLOBAMENTO

 

Cassazione civ., Sez. lav., 23.5.1987, n. 4683

Il principio secondo cui la nullità di un patto di conglobamento, che preveda un unico compenso comprensivo della retribuzione e dello straordinario senza indicare l’ammontare dei diversi compensi, obbliga il giudice a determinare le spettanze del lavoratore sulla base –in mancanza di una intesa a questo più favorevole – della retribuzione minima prevista dalla contrattazione collettiva non è applicabile nella diversa ipotesi in cui si accerti una volontà delle parti diretta non alla stipulazione di un patto anzidetto, ma a stabilire una retribuzione convenzionale superiore ai minimi tabellari, e però da indicare solo in parte nella busta paga.

 

ASSENZA OBBLIGO DI RESTITUZIONE DA PARTE DEL LAVORATORE DEI MAGGIORI IMPORTI CORRISPOSTIGLI NEL CORSO DEL RAPPORTO AUTONOMO

 

Cassazione civ., Sez. lav.,9.3.2012, n. 5552

In tema di determinazione del trattamento retributivo spettante al lavoratore subordinato, una volta accertata in giudizio l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato in contrasto con la qualificazione del rapporto come autonoma operata dalle parti, trova applicazione – salvo che per le indennità di fine rapporto che maturano al momento della cessazione del rapporto medesimo- il principio dell’assorbimento, per cui ove il trattamento economico complessivamente erogato in concreto dal datore di lavoro risulti superiore a quello minimo dipendente dalla qualificazione del rapporto, non debbono essere liquidate mensilità aggiuntive commisurate ai compensi periodicamente corrisposti, dovendosi, peraltro, escludere che il lavoratore sia tenuto, sulla mera richiesta del datore di lavoro, a restituire tale eccedenza, atteso che i contratti collettivi stabiliscono le retribuzioni minime spettanti ai lavoratori di una determinata categoria, senza che ciò impedisca al datore di lavoro di erogare ai propri dipendenti paghe superiori, siano esse semplicemente offerte al lavoratore o determinate da una contrattazione ovvero conseguenti alla diversa e inesatta qualificazione del rapporto tra le parti, la quale può essere frutto di un errore delle parti ma anche della volontà di usufruire di una normativa specifica ovvero di eluderla. Ne consegue che il datore di lavoro, ove chieda la restituzione delle somme erogate in eccesso rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva, ha l’onere di dimostrare che la maggior retribuzione è stata determinata da un errore essenziale avente i requisiti di cui agli artt. 1429 e 1431 c.c.

 

INAPPLICABILITÀ ED APPLICABILITA’AL TFR DEL PRINCIPIO DI ASSORBIMENTO

 

Cassazione civ., Sez. lav., 7.2.2013, n. 2937

Questa Corte ha, altresi’, affermato (citata Cass. n. 5552/2011), con statuizione che trova attuazione anche nella fattispecie in esame, che l’assorbimento non può, tuttavia, trovare applicazione per le indennità di fine rapporto che, prima e dopo l’entrata in vigore della legge n. 297/1982, maturano al momento della cessazione del rapporto non essendoci argomenti sistematici per l’equiparazione, quanto al cd. assorbimento, tra la retribuzione propriamente detta e la suddetta indennità.

 

Cassazione civ., Sez. lav., 9.3.2011, n. 5552

Una volta accertata in giudizio l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato in contrasto con la qualificazione del rapporto come autonoma operata dalle parti, trova applicazione – salvo che per le indennità di fine rapporto che maturano al momento della cessazione del rapporto medesimo- il principio dell’assorbimento, per cui ove il trattamento economico complessivamente erogato in concreto dal datore di lavoro risulti superiore a quello minimo dipendente dalla qualificazione del rapporto, non debbono essere liquidate mensilità aggiuntive commisurate ai compensi periodicamente corrisposti.

 

Cassazione civ., Sez. lav., 6.11.2006, n. 23646

Una volta che sia accertata in giudizio l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato in contrasto con la qualificazione del rapporto come autonoma operata dalle parti, trova applicazione, ai fini della determinazione del trattamento economico dovuto si deve considerare nel suo complesso quanto in concreto sia stato già corrisposto al lavoratore e porlo a raffronto con il trattamento derivante dalla corretta qualificazione del rapporto; questo principio dell’assorbimento non trova applicazione solo per le indennità di fine rapporto che, prima e dopo l’entrata in vigore della legge n. 297/1982 maturano al momento della cessazione del rapporto.

 

Trib. Milano, 20.9.2012

Ove sia accertato, a seguito di giudizio, la natura subordinata di un rapporto di collaborazione, il lavoratore non ha diritto al pagamento del trattamento di fine rapporto, valendo anche per questo il principio dell’assorbimento sempre applicabile allorché il trattamento complessivo economico di fatto percepito dal lavoratore sia superiore (o equivalente) a quanto egli avrebbe percepito per tutti gli istituti legali e contrattuali sulla base dei minimi della contrattazione collettiva, se fosse stato assunto formalmente come lavoratore subordinato.

 

C. App. Milano, 8.7.2005

Accertata l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, nella determinazione del trattamento economico spettante al lavoratore il giudice deve valutare nel suo complesso quanto per effetto della diversa qualificazione del rapporto sia stato di fatto corrisposto allo stesso e non può liquidargli, sulla base dei compensi periodicamente erogati, le mensilità aggiuntive, dovendo confrontare ciò che come minimo legale deve essere assicurato con quanto di fatto il prestatore d’opera ha ricevuto. Alla regola dell’assorbimento non si sottrae neppure il TFR, soprattutto nel sistema vigente a seguito della legge n. 297/1982.

 

C. App. Milano, 14.2.2000

L’indirizzo giurisprudenziale, formatosi in materia di indennità di anzianità (art. 2120 c.c.), secondo cui il c.d. assorbimento non comprende, appunto, l’indennità di fine rapporto – ha perduto la sua logica, già forzata con il presedente regime, in un sistema, come quello successivo alla legge n. 297/1982, per il quale, da un lato, l’entità del trattamento non è più agganciata all’ultima retribuzione ma è individuata in una quota accantonata anno per anno; dall’altro, il differimento del trattamento medesimo al termine del rapporto non è più espressione di regola inderogabile, sicché il pagamento del TFR ben può essere effettuato mese per mese, o anno per anno.

 

Trib. Milano 30.7.1997

Ove sia accertata a seguito di giudizio, la natura subordinata di un rapporto di collaborazione, il lavoratore non ha diritto al pagamento del trattamento di fine rapporto, valendo anche per questo il principio dell’assorbimento sempre applicabile allorché il trattamento complessivo economico di fatto percepito dal lavoratore sia superiore (o equivalente) a quanto egli avrebbe percepito per tutti gli istituti legali e contrattuali sulla base dei minimi della contrattazione collettiva, se fosse stato formalmente assunto come lavoratore subordinato.

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