RETRIBUZIONE IMPONIBILE AI FINI PREVIDENZIALI E TRANSAZIONE ALLA LUCE DELLA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE N. 9180/2014

RETRIBUZIONE IMPONIBILE AI FINI PREVIDENZIALI E TRANSAZIONE ALLA LUCE DELLA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE N. 9180/2014

 

E’ interessante esaminare la recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 9180 del 23.4.2014, che ha affermato che “al fine di valutare se siano assoggettabili a contribuzione obbligatoria le erogazioni economiche corrisposte dal datore di lavoro in favore del lavoratore in adempimento di una transazione, spiega limitato rilievo la circostanza che tali somme siano pervenute al lavoratore in adempimento di un accordo transattivo, dovendosi valutare più approfonditamente non solo se manchi uno stretto nesso di corrispettività, ma se risulti un titolo autonomo, diverso e distinto dal rapporto di lavoro, che ne giustifichi la corresponsione, in quanto occorre tener conto sia del principio secondo il quale tutto ciò che il lavoratore riceve, in natura o in denaro, dal datore di lavoro in dipendenza e a causa del rapporto di lavoro rientra nell’ampio concetto di retribuzione imponibile ai fini contributivi (ex art. 12 della legge n. 153 del 1969) sia della assoluta indisponibilità, da parte dell’autonomia privata, dei profili contributivi che l’ordinamento collega al rapporto di lavoro.”

 

INQUADRAMENTO NORMATIVO:

Vi è da premettere che ai fini dell’individuazione della retribuzione imponibile ai fini previdenziali occorre verificare quali tra i compensi erogati al lavoratore compongono la base su cui applicare le aliquote contributive per il finanziamento delle assicurazioni sociali.

Nel tempo sono stati applicati vari criteri sino all’emanazione del d.lgs. n. 314/1997 che ha armonizzato le basi imponibili ai fini previdenziali e fiscali, affermando il criterio per cui occorre tener conto di tutte le somme percepite in relazione al rapporto di lavoro, con esclusione solo delle voci tassativamente elencate.

Occorre, dunque, riferirsi alla retribuzione imponibile ai fini fiscali di cui agli artt. 49 e 51 Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi), approvato con d.p.r. n. 917/1986. L’art. 51 Tuir qualifica reddito da lavoro dipendente tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro. Così si ottiene la base imponibile ai fini fiscali a cui, per determinare la base imponibile ai fini previdenziali, vanno sottratti gli elementi indicati dall’art. 12, legge n. 153/1969 (come modificata da art. 6, d.lgs. n. 314/1997).

Vanno escluse, in particolare:

  • le somme corrisposte a titolo di trattamento di fine rapporto e le altre somme la cui erogazione ha origine dalla cessazione del rapporto di lavoro, comprese quelle per incentivare l’esodo dei lavoratori;
  • le indennità erogate a titolo di risarcimento danni;
  • le somme provenienti da fondi previdenziali obbligatori;
  • le somme a carico del datore di lavoro per il finanziamento della previdenza complementare;
  • i trattamenti di famiglia.

La legge n. 389/1989 stabilisce, inoltre, che la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi non debba essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito dai CC.CC.NN.LL., stipulati dalle OO.SS. più rappresentative su base nazionale, o dai contratti individuali se essi prevedono una retribuzione di importo superiore.

 

L’ORIENTAMENTO DELLA CORTE DI CASSAZIONE:

La sentenza n. 9180 del 23 aprile 2014 è stata accolta con clamore dalla stampa, ma questo clamore è giustificato solo in parte. In effetti questa pronuncia ribalta sì un orientamento contrario della stessa Corte, affermatosi con due precedenti sentenze (Cass. Civ sez. lav. n. 49/1997 e Cass. Civ. Sez. lav. n, 6923/1996); tuttavia, se effettuiamo una ricerca più specifica, rileviamo che sino ad oggi, in tema di contributi assicurativi, la giurisprudenza e la dottrina sono stati (a parte le due pronunce (Cass. Civ sez. lav. n. 49/1997 e Cass. Civ. Sez. lav. N, 6923/1996), piuttosto concordi nel ritenere che in materia di assoggettabilità a contribuzione obbligatoria delle erogazioni economiche del datore di lavoro previste in occasione di transazioni o conciliazioni giudiziali, il principio, secondo cui le erogazioni dipendenti da transazioni aventi la finalità non di eliminare la “res dubia” oggetto della lite, ma di evitare il rischio della lite stessa, e non contenenti un riconoscimento neppure parziale del diritto del lavoratore, debbono considerarsi in nesso non di dipendenza ma di occasionalità con il rapporto di lavoro e quindi non assoggettabili a contribuzione.

Tuttavia tale principio va coordinato con il principio, desumibile dall’art. 12 della legge n. 153 del 1969, secondo cui l’indagine del giudice di merito sulla natura retributiva o meno delle somme erogate al lavoratore dal datore di lavoro non trova alcun limite nel titolo formale di tali erogazioni, e con il principio che nell’ampio concetto di retribuzione imponibile ai fini contributivi, quale dettato dal richiamato art. 12, rientra tutto ciò che, in denaro o in natura, il lavoratore riceve dal datore di lavoro in dipendenza e a causa del rapporto di lavoro.

Per tale motivo, per escludere la computabilità di un istituto non è sufficiente la mancanza di uno stretto nesso di corrispettività, ma occorre che risulti un titolo autonomo, diverso e distinto dal rapporto di lavoro, che ne giustifichi la corresponsione

A sostegno di questa tesi, richiamiamo la sentenza della Corte di Cassazione n. 5412/1998, con cui il Giudice, chiamato ad intervenire nuovamente sulla questione dell’assoggettabilità o meno, delle somme erogate al lavoratore, in esecuzione di un accordo transattivo, alla contribuzione previdenziale, ha avuto modo di ribadire che, su un piano generale, precedenti pronunce hanno avuto modo di chiarire che non é assoggettabile a contribuzione solo ciò che, in sede formalmente transattiva, venga corrisposto al solo scopo di porre fine alla lite senza alcun nesso – se non meramente occasionale – e neanche risarcitorio – con le pretese inerenti al rapporto di lavoro (in tal senso vedasi, Cass. n. 9335/95).

Ma attenzione, vi è un di più sancito dalla S.C. Sempre nella medesima pronuncia. In fatti, premesso che nell’ampio concetto di retribuzione imponibile ai fini contributivi, quale dettato dall’art. 12 legge 30 aprile 1969 n. 153, rientra tutto ciò che, in denaro o in natura, il lavoratore riceve dal datore di lavoro in dipendenza e a causa del rapporto di lavoro sicchè per escludere la computabilità di un istituto non è sufficiente il riscontro della mancanza di uno stretto nesso di corrispettività, ma occorre che risulti un titolo autonomo, diverso e distinto dal rapporto di lavoro, che ne giustifichi la corresponsione (in tal senso, vedasi Cass. n. 11516/95; v. anche Cass. n. 1898/97).

Conseguentemente, sebbene le erogazioni del datore di lavoro derivanti da titolo transattivo, che, finalizzato non ad eliminare la “res dubia” oggetto della lite, ma ad evitare il rischio della lite stessa, non contenga un riconoscimento neppure parziale del diritto del lavoratore, siano da considerarsi non “in dipendenza” ma in nesso di mera occasionalità con il rapporto di lavoro e, pertanto, non assoggettabili a contribuzione (Cass. n. 49/97), va ulteriormente ribadito, tuttavia, che, a norma dell’art. 12 della legge n. 153/69, l’indagine del giudice del merito sulla natura retributiva o meno di determinate somme erogate al lavoratore dal datore di lavoro non trova alcun limite nel titolo formale di tali erogazioni e, quindi, neanche in presenza di una transazione intervenuta a seguito di lite giudiziaria (in tal senso, vedasi Cass. 4809/85; v. anche: Cass. n. 4776/85).

 

INFLUENZA DELLA CIRCOLARE INPS N. 6/2014 SULLA RECENTE PRONUNCIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La pronuncia della S.C. Di aprile 2014 segue di qualche mese l’emanazione di un Circolare con cui l’Inps ha assunto una posizione inequivoca in tema di imponibilità contributiva delle somme corrisposte a seguito di transazioni nell’ambito dei rapporti di lavoro subordinato, partendo dal presupposto per cui l’obbligazione contributiva è completamente insensibile agli effetti della transazione. La totale estraneità ed inefficacia della transazione eventualmente intervenuta tra datore di lavoro e lavoratore nei riguardi del rapporto contributivo discende dal principio che, alla base del calcolo dei contributi previdenziali, deve essere posta la retribuzione dovuta per legge o per contratto individuale o collettivo e non quella di fatto corrisposta.

Pertanto, la sussistenza dei crediti di lavoro azionati dal dipendente deve essere accertata indipendentemente dall’accordo concluso tra le parti, al solo fine dell’assoggettamento dei relativi importi (in quanto compresi nella retribuzione dovuta) all’obbligo contributivo. (Cass. civ., sez. lav., 13-08-2007, n. 17670).

L’Inps, inoltre, effettua un’interessante analisi sul modo in cui le transazioni incidono sulle obbligazioni contributive, specificando che, come per le somme erogate a seguito di sentenze di condanna da parte del giudice del lavoro (eccezion fatta per le somme corrisposte a titolo di risarcimento del danno emergente), le somme erogate a seguito di transazione di controversie di lavoro costituiscono reddito di lavoro dipendente, ogni qual volta risulti da un’accurata ricognizione della singola fattispecie che dette somme conservano funzione di corrispettivo, sia pure indiretto, di obbligazioni che trovano titolo nel rapporto di lavoro (v. Cass. n. 6663/2002; Cass. n. 11301/2002; Cass. n. 3213/2001).

Ciò vale non solo nell’ipotesi di transazione cd. semplice (che si realizza quando il negozio transattivo si limita a modificare il rapporto controverso, lasciandolo tuttavia come causa dei diritti e degli obblighi derivanti dalla transazione), ma anche nell’ipotesi di transazione novativa, che si attua quando le parti, volontariamente e facendosi reciproche concessioni o rinunce, sostituiscono al rapporto sottostante originario un diverso rapporto giuridico per cui la causa dei rispettivi diritti e obblighi non ha più nulla a che fare con il rapporto controverso, ma trova origine nel nuovo rapporto creato con la transazione medesima.

L’INPS giunge a questa tesi valutando due dati:

  1. l’attuale formulazione del TUIR, che contempla una più ampia definizione di redditi di lavoro dipendente, considerando in tale ambito anche le somme derivanti dalle transazioni, in quanto comunque relazionabili al rapporto di lavoro subordinato ove le parti della transazione siano il datore di lavoro e il lavoratore;
  2. La Circolare 23 dicembre 1997 n. 326/E/97 dell’Amministrazione finanziaria la quale ha precisato che rientrano nel reddito di lavoro dipendente “le somme e i valori, comunque percepiti, a seguito di transazioni, anche novative, intervenute in costanza di rapporto di lavoro o alla cessazione dello stesso”.

Definita, come sopra, l’assoggettabilità contributiva delle somme derivanti da accordo transattivo, occorre poi fissare i criteri di quantificazione della relativa obbligazione.

In particolare, vista l’indisponibilità e, quindi, l’intransigibilità dell’obbligazione contributiva, ai sensi del terzo comma dall’art. 2115 c.c., secondo cui ”è nullo qualsiasi patto diretto ad eludere gli obblighi relativi alla previdenza ed alla assistenza”, l’ammontare dell’imponibile contributivo può non essere coincidente con le somme riconosciute in sede di transazione. Ciò in quanto l’imponibilità contributiva deve essere riferita alle retribuzioni virtuali, calcolate, cioè per intero, di cui avrebbe avuto diritto il lavoratore se non fosse intervenuto l’accordo transattivo, corrispondenti alla categoria e qualifica professionale posseduta dall’interessato durante il periodo contributivo oggetto dell’atto transattivo ed adeguate in relazione alla dinamica contrattuale della stessa categoria e qualifica.

Una reciproca concessione tra datore di lavoro e lavoratore, consistente nella rinuncia anche parziale al versamento di quanto dovuto/accertato a titolo di contribuzione, rientrerebbe infatti nella previsione di nullità di cui al citato art.2115 del c.c.

Occorre altresì tenere conto di un’ulteriore distinzione tra due fattispecie che ricorrono frequentemente, in ordine alla natura della corresponsione, se cioè questa venga erogata:

a)            in sostituzione o in risarcimento di una mancata percezione di redditi di lavoro a cui si aveva diritto (e in questo caso si parla di lucro cessante); tale fattispecie ricorre per la rivendicazione di diritti connessi alla retribuzione, all’inquadramento, allo svolgimento del lavoro;

b)           oppure se si tratti di reintegrazione patrimoniale per danni subiti o indennizzi per spese sostenute (in questo caso si tratta di danno emergente); tale fattispecie ricorre per l’insorgere di contestazioni relative a danni subiti, che possono essere di diversa natura e che investono spesso la sfera personale del lavoratore (mobbing, danno biologico, o esistenziale).

                A riguardo, l’art, 6, comma 2, del TUIR prevede che in ogni ipotesi di percezione di redditi in sostituzione o per risarcimento e quindi per lucro cessante, tali redditi saranno attratti a tassazione secondo le regole ordinarie.

Diversamente,in ipotesi di danno emergente, poiché si tratta di far fronte ad una riparazione per danni patrimoniali subiti per effetto di controversie o altri fatti in conseguenza di lavoro, le somme corrisposte per indennizzare non rientrano nella base imponibile.

 

QUESTIONI PRATICHE DA AFFRONTARE ALLA LUCE DELLA RECENTE PRONUNCIA IN MATERIA DI DIRITTO DEL LAVORO:

Con la sentenza n. 9180 del 23 aprile 2014, come già ribadito, la Corte di Cassazione è intervenuta nel merito di una questione che riguarda direttamente le transazioni in materia lavorativa cioè quegli accordi stipulati tra datore di lavoro e lavoratore al fine di evitare l’insorgere di una lite. Tra queste rientrano anche le vertenze di lavoro.

In buona sostanza il datore di lavoro concorda con il lavoratore il pagamento di una somma che copre quanto da lui richiesto a titolo di differenze retributive, straordinari, differenza di inquadramento ecc…, al fine di evitare il ricorso al Giudice.

In questi casi si realizza un rapporto diretto tra le due parti in causa e la positiva conclusione dell’accordo è riferita solo all’avvenuto risarcimento del lavoratore e non anche al versamento dei contributi previdenziali su quelle somme che fanno riferimento alla retribuzione percepita dal lavoratore in fase di transazione.

Pertanto, in questo tipo di transazioni l’Inps normalmente non interviene e non riscuote i contributi previdenziali, ma la S.C., con la recente pronuncia ha voluto eccepire su tale modus operandi, ribadendo con forza il principio secondo il quale l’attribuzione del titolo transattivo attribuito dalle parti all’erogazione di somme che possono fare riferimento ad emolumenti soggetti ad imposizione contributiva, non li esonera da tale adempimento, in ossequio all’art. 12 della legge n. 153 del 1969[1] e al decreto legislativo 314 del 1997 (decreto di modifica della precedente norma)[2] .

In sintesi i Giudici ritengono che il concetto di retribuzione indicato nell’art. 2099 c.c. sia ben più ampio e che tra le somme soggette a contribuzione obbligatoria vi siano anche quelli non necessariamente riferiti alla prestazione lavorativa. Tale principio, secondo i Giudici vale anche per le somme erogate a titolo di incentivazione all’esodo.

A parere della scrivente, la tesi affermata dai Giudici appare corretta non ritenendo equo l’esonero contributivo sulle somme erogate ad un lavoratore, che hanno come oggetto una transazione, ma che in realtà si riferiscono ad una prestazione lavorativa.

Resta comunque da verificare se l’Inps applicherà concretamente questa tesi e su tutto il territorio nazionale, verificando una per una tutte le transazioni lavorative concluse presso le DTL; in tal caso, tutti coloro che sono in procinto di chiudere una transazione lavorativa (vertenze sindacali, incentivazione all’esodo, ecc…) potrebbero ricevere notizie dall’Inps al fine di vedersi richiesti i contributi previdenziali di legge sulle somme pattuite. Infine, in presenza di contenzioso legale spetterebbe al Giudice stabilire su quali somme assoggettare la contribuzione di legge, quindi, una bella “gatta da pelare”, che rischierebbe di inflazionare il già ampio contenzioso avanti al Giudice del Lavoro.

 

[1]Secondo cui “per la determinazione della base imponibile per il calcolo dei contributi di previdenza ed assistenza sociale, si considera retribuzione tutto ciò che il lavoratore riceve dal datore di lavoro in danaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta, in dipendenza del rapporto di lavoro”. Lo stesso articolo 12 della legge 153 elenca in cinque punti quali sono le voci escluse dall’imposizione contributiva.

[2]Tale norma evidenzia che ciò che comprende l’imponibile contributivo riguarda tutto quanto percepito dal lavoratore in relazione al rapporto di lavoro.

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